EVENTO. Da 64 anni una manifestazione che non è solo sportiva
Dopo la morte la vita torna di corsa in bici
Articolo di Maria Vittoria Adami
Sessant’anni fa le strade di Bagnolo si affollavano a primavera. Dai balconi, gremiti di gente, prorompevano grida e saluti, quando sotto sfilavano gli atleti dilettanti del trofeo Gino Visentini, organizzato dal gruppo ciclistico Mario Miriamoli. Era l’appuntamento dell’anno per la frazione, che oggi perpetua la tradizione preparandosi per l’edizione numero 65. Si tratta di un evento sportivo tra i più datati di tutta la Provincia, perché affonda le radici negli anni della seconda guerra mondiale. La storia del paese si intreccia a quella della corsa. C’è chi ha perso la gara per conquistare una moglie. È storia di folklore, di una comunità e anche di un giallo ancora irrisolto. DOPOGUERRA Nel 1945, finita la tragedia della guerra, la popolazione civile tentava di riprendere la vita quotidiana avviandosi verso la ricostruzione. In questo frangente, un drappello di amici appassionati di bicicletta mise in piedi il gruppo sportivo ciclistico bagnolese, che in seguito diventerà, in onore del fondatore, gruppo ciclistico Mario Miriamoli. Erano i tempi in cui gli italiani dovevano decidere da che parte stare: con i comunisti o con i democristiani, Vespa o Lambretta, con Fausto Coppi o con Gino Bartali. Carta e penna alla mano, i giovani di Bagnolo si diedero poche regole e un appuntamento da organizzare: una corsa ciclistica tra le vie del circondario, da effettuarsi ogni anno il lunedì di Pasqua. Erano ignari del fatto che l’appuntamento di Pasquetta sarebbe diventato un momento irrinunciabile. La gara fu dedicata a Gino Visentini, morto sotto il fuoco dei tedeschi a Nogarole Rocca nel 1945. La sua morte rimane tuttora un giallo, attorno al quale si snodano diverse ipotesi. Visentini era un giovane meccanico di Bagnolo; da poco tornato dal fronte, aveva riabbracciato la moglie, Dorina Compermai, e i suoi cinque figli. Erano troppo piccoli quand’era partito soldato per poterlo ricordare e non lo avrebbero più rivisto: morì dopo essere rimasto ferito dinnanzi al municipio. Era il 25 aprile 1945, il giorno della liberazione. I tedeschi in ritirata attraversarono Nogarole Rocca. Testimonianze e ricordi sull’episodio non sono concordi. C’è chi imputa il ferimento di Visentini a una tragica fatalità; c’è chi dice avesse fatto un gesto che fu interpretato come minaccia dai tedeschi, che fino all’ultimo furono spietati anche contro i civili. Visentini era un partigiano? La famiglia non conferma un’altra versione che si raccontava in paese: e cioè che, con il fratello, si recasse in municipio per recuperare l’elenco degli iscritti al partito fascista, da consegnare agli americani. La vicenda, forse, non sarà mai chiarita, la certezza è che sulla sua strada Visentini trovò i tedeschi e la morte. Il ricordo di quell’evento luttuoso è rimasto nella memoria: l’ucciso aveva trent’anni, lasciò la moglie di 29 con cinque figli d’età compresa tra uno e dieci anni. «Appena fu ferito», racconta oggi la figlia Elsa, «andarono a cercare un medico tra gli americani che erano già a Mozzecane. Arrivò un dottore, ma non poté fare nulla. Mio padre morì il giorno dopo. Non ho il nome di quel medico militare e ho un rimpianto: non aver mai potuto ringraziarlo. Non sappiamo che fine abbia fatto quell’americano». Il padre di Visentini pregò per una notte in cappella, a fianco del parroco. Il funerale commosse l’intera comunità. Un paio d’anni dopo, gli amici vollero ricordare Visentini con una corsa ciclistica. «Era l’inizio di un’avventura affascinante», racconta oggi la presidente del gruppo ciclistico, Miranda Miriamoli, «si voleva ricordare un amico scomparso, ma ancora vivo nei loro ricordi: dipingevano Gino come una persona sempre allegra, appassionata, pronta alla competizione sportiva. La corsa serviva anche per ritrovare, proiettandolo nel futuro, lo spirito del paese, perduto con la guerra. La fierezza e l’orgoglio di partecipare alla gara si leggevano negli occhi dei giovani corridori che si accingevano alla partenza». Il circuito muoveva da Bagnolo in direzione Roncolevà, proseguiva verso il bivio di Trevenzuolo, per immettersi sulla statale e tornare a Bagnolo. Oggi il percorso circolare è di quattro chilometri, su rettilineo in centro a Bagnolo per poi snodarsi attraverso la campagna circostante. Un crocchio di persone e Gino Bartali nel gruppo punta lo sguardo verso i ciclisti che sfrecciano per le vie di Bagnolo. Lo scatto in bianco e nero immortala l’illustre presenza a metà degli anni Sessanta, quando il celebre ciclista fece visita alla piccola borgata di campagna per assistere al trofeo Gino Visentini. Non fu il solo volto noto alla corsa. Per le vie del circuito, tracciato dal gruppo Miriamoli, sono passati in queste 64 edizioni anche ciclisti dilettanti che scrissero poi qualche paragrafo di storia nel mondo del professionismo. Nel 1961, si classificò primo Dino Zandegù, che l’anno successivo si aggiudicò il campionato mondiale della 100 chilometri, divenendo professionista nel 1962. Sul secondo gradino del podio, nel medesimo anno, si fermò Flaviano Vicentini, di Grezzana, che per qualche anno fece sperare grandi cose, vincendo nel 1963 il mondiale dilettanti e divenendo professionista nel 1964. Fu un’ottima spalla per molti campioni. Bagnolo non scorda Pietro Campagnari, oggi residente a Dossobuono di Villafranca: partecipò al trofeo Visentini nel 1962 e intraprese la carriera di ciclista professionista. Fu gregario, negli anni successivi, di campioni come Eddy Merckx, partecipando a nove Giri d’Italia. Destino volle che sposasse Elsa Visentini, figlia di Gino, cui è dedicata la corsa. L’istituzione della compagine ciclistica è opera di Mario Miriamoli, cui oggi è intitolato il gruppo. La famiglia non ha mai lasciato le redini dell’organizzazione, passando il testimone di padre in figlio. Miriamoli, nel panorama sportivo, fu un dilettante d’eccezione. Riportò 11 vittorie su diversi circuiti, gareggiando con Bartali e Olmo. Erano anni di strenua passione per la due ruote a pedali. Di quei primi avvincenti tornei i cittadini di Bagnolo, che assistevano dalle finestre delle loro abitazioni, hanno ricordi tuttora nitidi e nostalgici. Molte sono le fotografie in bianco e nero, che immortalano gli episodi salienti. La corsa è cresciuta, fino a superare il mezzo secolo di vita. Oggi la magia delle prime stagioni nel dopoguerra non c’è più, ma è intatto l’entusiasmo degli organizzatori, nel tentativo di perpetuare una tradizione tutta italiana.
TRAGUARDO. Nel 1962 il favorito Campagnari resta a piedi, ma riprende a pedalare sul rottame preso a uno spettatore
Pietro che può perdere la gara ma per conquistarsi la moglie
Il futuro gregario del grande Eddy Merckx è in testa, ma gli si rompe la bici. «Ho perso ma quel giorno ho conosciuto Elsa. Sei anni dopo l’ho sposata». Sono ancora insieme
Pedalava, Pietro. Pedalava lungo il circuito di Bagnolo, anno 1962, e si godeva la prima posizione, pregustando già la vittoria. Aveva fatto mangiare la polvere agli avversari, a preludio di una bella carriera di ciclista professionista, che avrebbe scritto tra il 1966 e il 1974. Aveva vent'anni e fiato da vendere. Stava percorrendo gli ultimi giri, ancora qualche curva e il traguardo sarebbe stato suo. Ma il cambio della bicicletta si ruppe sul più bello. Catena bloccata, impossibile continuare. Solo il tempo di imprecare un po’ e sopraggiunge Adelchi Di Bernardo, lanciandosi a vincere la gara. Campagnari non si dà per vinto. Scaglia la bici traditrice sul ciglio della strada e prende quella di uno spettatore. «Non c'era tempo per chiederla in prestito», racconta oggi. «Inforcai quella bici, la prima che mi ero visto attorno lungo il percorso, e pedalai gli ultimi due giri. Poi la restituii, scusandomi per l'atto scortese. Avevo perso la gara, quel giorno, arrivando secondo», ricorda sorridendo. «Ma non fu una vera sconfitta, perché tornai a casa con una moglie». Fu proprio in quel lunedì di Pasqua del 1962 che Campagnari conobbe Elsa Visentini, la donna che lo ha accompagnato per tutta la sua vita e che ancora oggi, al suo fianco, ricorda fiera la carriera ciclistica del marito. «Era tradizione», spiega Campagnari, «che la mattina della gara, i partecipanti facessero visita alla tomba di Gino Visentini, cui è dedicato il trofeo. Ad accompagnarci quel giorno c'era la figlia Elsa che ci portò al cimitero, sulla tomba del padre. La incontrai così. La sposai nel 1968». Nello stesso anno, Campagnari si classificò terzo nella Gp di Camaiore. L'anno successivo vinse la Tarquinia, davanti ad Alberto Della Torre e a Felice Salina. È ricordato soprattutto per la carriera di gregario al fianco di Eddy Merckx.M.V.A
Organizzare il circuito è diventata ormai la tradizione di famiglia

Silvano Miriamoli, a destra, con il direttore sportivo Pratese
Quattro anni fa è morto l’architetto Silvano Miriamoli. Dopo la scomparsa di Mario Miriamoli, l’organizzazione del trofeo Gino Visentini passò al fratello Pino Miriamoli. La sua gestione durò fino al 1989, per 35 anni. Seguirono, quindi, Romano Miriamoli e Silvano Miriamoli. L’attuale presidente è Miranda Miriamoli. La famiglia è orgogliosa di aver mantenuto in vita la corsa per ben 64 anni. Silvano Miriamoli, oltre a presiedere il gruppo ciclistico, ha avuto un ruolo attivo nella vita sociale. AFFERMATO architetto d'interni, nato nel 1949 a Bagnolo, già sui banchi delle scuole elementari aveva manifestato la sua predisposizione al disegno artistico e creativo. Una passione che rafforzò con gli studi, dapprima al liceo artistico, poi fino alla laurea. La sua fantasia lo portò sulla strada dell'architettura d’interni, di giardini e scenografie di mostre ed eventi di rilievo nazionale. Si è mostrato dinamico nella sua professione e impegnato nella vita politica e civile del paese, fino alla morte avvenuta il 19 gennaio 2006. Alla sua memoria è stato dedicato un libro, Lungo il tempo del sole, che nel giugno scorso è stato presentato alla Biblioteca Civica di Verona da Lorenzo Antonini e da monsignor Edoardo Sacchella. Il volume è una raccolta di immagini con citazioni poetiche per raccontare il percorso di vita di quest’uomo semplice che si è rivelato geniale artista, un canzoniere di vita e d’amore. Il libro è a cura di Renato Begnoni, fotografo artistico, che ha scattato anche le immagini contenute nel volume, di Laura Campanari, Loretta Designori e Riccardo Faccincani.
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